La comunicazione sbagliata delle società dilettantistiche

Quali sono le caratteristiche comuni nella strategia social di molte società dilettantistiche.

Per poter sopravvivere economicamente, le società dilettantistiche hanno poche risorse. Le poche possibilità di ricavo passano dagli sponsor, dai contributi di imprenditori locali o del presidente della società di turno dagli incassi dei biglietti del botteghino e nel caso dei settori giovanili o delle scuole calcio, dalle rette mensili dei genitori. In supporto a queste società, sono arrivati i social, strumenti utili a farsi conoscere e a creare marketing col tentativo di impacchettare un prodotto che sia invitante e di tendenza.

Caratteristiche di questa comunicazione? Poche e semplici:
-Quando si vince, si accompagna il tutto con belle foto ed una frase ad effetto presa da scrittori famosi e che suona quasi sempre come “Credi in te stesso e nessun ostacolo sarà insormontabile”. Sono le tipiche frasi motivazionali che poi nessun allenatore in realtà dice durante l’allenamento. Inoltre, si scrive sempre sui social quando si vince.

-Quando si perde, soprattutto se di misura, il risultato è bugiardo e non ha rispecchiato i veri valori in campo. Quindi si vince per bravura, ma si perde per sfortuna. La sfortuna esiste solo nelle sconfitte. Si preferisce non scrivere sui social quando si perde.

-Si da risalto ai giovani quando magari vengono convocati nelle rappresentative regionali o vanno, per qualche anno, a giocare nei professionisti, ma poi non li si menziona più con l’età, quando la stragrande maggior parte di loro poi non è riuscita a diventare un calciatore professionista o addirittura ha smesso. Non vi devo spiegare il perché’, ovviamente. Semplicemente, ci si dimentica di chi ha giocato.

-Fino agli esordienti è importante reclutare ed andare avanti con almeno due squadre (la “A” e la “B”) che normalmente hanno un trattamento tecnico diverso. È un proliferare di tornei e doppio impegno durante il fine settimana, i cui risultati vanno pubblicizzati in base a quanto sopra esposto. L’affiliazione a squadre di Serie A è fondamentale, perché fa parte del sistema per reclutare i bambini fino agli esordienti. Basta dire ad inizio campionato che durante l’anno ci saranno molte iniziative presso le sedi ufficiali delle squadre di serie A, verranno allenatori professionisti a fare allenamenti dedicati, etc. Poi tanto nessuno dei genitori farà delle verifiche puntuali e scriverà alla società. E nel frattempo la retta sarà già stata pagata.

-Gli stessi allenatori del settore giovanile sono interessati ai risultati perché’ questo permetterà loro di rivendersi a livelli più alti o comunque aumenterà il loro potere negoziale nel corso del tempo. I responsabili dei settori giovanili sono gli unici che rimangono molti anni ma hanno a che fare con questa situazione ogni anno.

L’esito di tutto ciò? Lo si vede nei numeri: meno squadre, più allenatori e figure di contorno. E ovviamente anche nei risultati a livelli più alti. Un numero su tutti: siamo passati da 1.044.505 tesserati (fra settore dilettantistico e scolastico) del 2016-2017 a 826.765 del 2020-2021. È una riduzione del 20% e anche se in parte è dovuta al Covid, la demografia dell’Italia non permetterà alcun recupero nel breve periodo. Inoltre, si sa, chi ha cambiato o ha smesso, difficilmente torna indietro. Credo che il calcio dilettantistico si dovrebbe interrogare su questo declino costante e domandarsi quali debbano essere gli incentivi per praticare il calcio: Il divertimento o il risultato a tutti i costi ? Lo spettacolo tecnico o “vincere è l’unica cosa che conta”?