Dalla specializzazione alla duttilità

Perchè viene richiesta sempre più una maggiore duttilità rispetto alla specializzazione del ruolo.

Nel 1965 quando Rinus Michels arrivò sulla panchina dell’Ajax probabilmente aveva già in testa il suo grande progetto e quella sua personalissima idea del calcio che avrebbe rivoluzionato per sempre la concezione del gioco: fine definitiva della specializzazione nei ruoli ma elasticità e duttilità dei suoi giocatori nel ricoprire tutte le posizioni in campo. Quell’apparente “anarchia tattica” capace di far saltare i rigidi sistemi difensivi dell’epoca, basati quasi esclusivamente su una asfissiante marcatura a uomo, su un calcio offensivo e sull’idea che TUTTI gli undici calciatori in campo siano assolutamente a loro agio con il pallone tra i piedi.

Sulla falsariga dei principi di gioco del tecnico olandese, gli allenatori odierni, nel tentativo di attuare un gioco offensivo che cerchi di occupare sempre più spazi lungo tutto il campo, apprezzano sempre di più i calciatori in grado di garantire un alto livello di rendimento e un ampio ventaglio di caratteristiche a prescindere dal ruolo in cui un determinato giocatore venga impiegato, facendo venir meno quella che era la specializzazione nel ruolo da parte dei giocatori.

Il calcio attuale richiede una sempre più maggior fluidità dei moduli di gioco, che non sono più quelli rigidi, identificativi e facilmente riassumibili con le ormai note formule numeriche (4-4-2, 4-3-3, eccetera). Queste formule hanno avuto senso quando i giocatori avevano un compito ben preciso e limitato a una zona precisa del campo. Oggi, invece, si vedono tante squadre che alternano diversi moduli a seconda delle fasi di gioco, offensiva o difensiva, cambiando schieramento in continuazione. Di conseguenza ai giocatori è richiesta più duttilità e qualità tecnica per saper far fronte a tante diverse situazioni di gioco.

La posizione in campo, quindi, non definisce più il ruolo dei giocatori, ma sono i compiti svolti in campo a farlo. Un calciatore deve quindi interpretare i compiti che gli vengono assegnati muovendo la propria posizione per il campo e decifrando ogni singola situazione tattica a seconda dei principi di gioco della propria squadra. Per usare una formula coniata da Antonio Gagliardi, match analyst della Nazionale italiana: «Il ruolo non è più una posizione, ma una funzione».

Il ruolo, quindi, non è legato alla posizione in campo, ma alla funzione di ogni calciatore, a sua volta inserita nel più ampio disegno strategico della squadra, che non dipende dal modulo di base ma dalla ricerca dei princìpi di gioco, in accordo alle caratteristiche del singolo giocatore. Nel calcio contemporaneo il modulo è un abito cucito di volta in volta sulle diverse esigenze tattiche della partita ed è solo uno strumento da utilizzare per attuare i princìpi di gioco che sono i reali indicatori che definiscono l’identità di una squadra. Per questo il modulo è sempre modificabile: di partita in partita, all’interno della stessa partita e da una fase all’altra del gioco.

All’interno di questa cornice la posizione dei calciatori non ne definisce ormai il ruolo, che è invece determinato dalle funzioni svolte in campo. E come conseguenza diretta, il calcio di oggi richiede ai calciatori un bagaglio tecnico completo che gli permetta di interpretare ogni singolo momento della partita: calciatori meno legati a soluzioni rigide, capaci di rispondere alla estrema variabilità del gioco del calcio.

Insomma, il calcio di questi ultimi anni sta mettendo in risalto quanto siano preziosi i giocatori “universali”. La loro capacità di rivestire una funzione importante in determinati momenti e fasi della partita, in molteplici scenari tecnico-tattici a prescindere dal ruolo in cui vengono schierati, è una risorsa fondamentale.